L’essere felice mi dà ansia. Crea un precedente.
Continua a leggere‘Round Midnight Echoes
Non era una vera console. Eppure di canzoni ne ho passate tante o solo a me sembrano tante, stasera.
‘Round Midnight. Miles Davis Quintet. Non riuscivo mai a sfumarle, mi piacevano così tanto, fino all’ultima nota e quegli applausi troncati che mi spingevano fuori le parole che non sapevano mai andare a tempo e il cuore che batteva, lo sentivo solo io. Non ho mai avuto un microfono. Guardavo il video del computer come si guarda qualcuno che ami, disarmata e disarmante. E dentro quel video c’erano mille bottoni opalini da sbottonare ad ogni canzone e farsi guardare o accordare, era la stessa cosa. Keith Jarrett & Charlie Haden. Don’t Ever Leave Me. Non c’era Buonanotte che non pungesse e non lasciasse in sospeso un piccolo dolore irrisolto. Una spina, che non sapevo togliere. Sembrava non esserci mai abbastanza tempo per quell’improvvisa voglia di dire, sopra le righe, sopra le note, sopra il timore. John Coltrane. After The Rain. Con le finestre chiuse, la città non arriva. La notte rimane sul davanzale. Il caldo e il freddo s’interrompono lì. Sulla sedia però restava sempre un maglione, tolto e indossato, ritmicamente, assecondando le bizze ormonali e l’esigenza di scorticarsi per troppo desiderio, troppa mancanza. Sembrava dovesse piovere ogni martedì sera. Dando le spalle alla finestra, ho sempre sentito le stelle di riflesso. Da qui, non ho mai visto la luna. Bill Evans. My Foolish Heart. Chissà se mi hai mai ascoltato, tutte le volte che quella musica in qualche modo mi ricordava te. Chissà se sei mai passato di qui, in questo imbuto di memoria, improvvisandoti ascoltatore di passaggio, anonimo, mentre conto il numero di ascolti e sulle dita di una mano, sei quello che manca. Chet Baker & Paul Bley. If I should lose you. Non è passato neanche un anno. Quel pomeriggio sull’Arno, che folle, folle, dieci volte folle, mi dissi: perché non provare? E sono ancora grata a quell’amico pazzo che mi rispose: sì! Archie Shepp & Horace Parlan. Goin’ Home. Sto per andare a dormire. Ormai conosco a memoria la scaletta di stasera. Le ho ascoltate più e più volte tutte queste canzoni, nessuna di queste dice una sola parola. Eppure tutte insieme sono una bella storia. E.S.T. Elevation of love. Alzo il volume. L’ascolto ancora una volta. Ormai mezzanotte è passata da un pezzo. Non c’è più nemmeno l’eco.
M
Mamma? Maammaaaa? Dov’è la mamma? Se lo sa la mi’mamma, s’incazza. Smettila, guarda che lo dico alla mamma! La mi’mamma, la tu’ mamma. Tua Madre. Mi accompagna la mamma. Mamma, hai visto il mio libro di latino? Mamma, dove sono i miei jeans? Chiedi alla mamma. Mi passi la mamma, per favore? Cerca di aiutare un po’ di più la mamma. Non parlare così a tua madre! La mamma, quando torna? Vieni dalla mamma! Ma che mamma giovane! Ha la mamma anziana. Mamma, mi richiami? Mamma, ti prendo la bici! Mammina, ti prego! Aspetta, lo dico a mi’ma’. Mamma, che palle che sei! Oh mammina! Tua madre, che dice? Mia madre non vuole. La mamma è “fuori servizio”. Dillo alla mamma. La mamma, lo sa? Sua Madre. Ma’, esco. Mamma, mangio fuori. Mamma, grazieeee!!! “Ma con te, parla?” “Non mi dici mai nulla”. Mamma, che vuoi che ti dica! Mamma, lascia, faccio io.
Mamme. A volte nonne, a volte suocere. Figlie.
Interlinea
Guarda che io so leggerti tra le righe…
Ma se ho scritto a lettere cubitali!
Sì, ma non hai cambiato l’interlinea…
Algebra
Perdere.
Ho perso il treno. Il portafoglio.
Ho perso un’occasione. Ho perso la testa.
Ho perso il lavoro. Ho perso l’abitudine. D’un tratto l’ho persa. Sottratta all’ossessione di doverti pensare,
ho annaspato in questa libertà dal senza, è come dimenticare il pigiama e dormire in albergo
coperti solo da un lenzuolo. E non avere freddo.
Ho perso il filo come lei che ha perduto la madre, oggi, e si ritrova sola in una selva d’abbracci e non sa ricucirsi
nel suo vuoto. Ho perso tempo tutte le volte che alla mia, gliel’ho negato.
Perdere & smarrirsi. Che orribile contemporaneità!
Trovare.
Trovarsi un attimo. Le parole. Per indignarsi, reclamare, restituirsi la dignità.
Trovarsi un angolo da cui sconfinare l’arroganza della propria libertà ed affondare le mani nel proprio sesso
e sentirsi fedeli fino all’osso, di se stessi. Trovarsi perché il caso ci ha concesso l’occasione d’infilzarci l’uno con l’altro
e non parlo di promesse e giuramenti, ma d’eventualità d’amarsi e poi tradirsi. Trovare il nocciolo
di una questione irrisolta e piantarla lì fino all’alba perché c’è una notte neutrale per ognuno di noi.
Perdere e trovare. Algebra.
Metto via
Metto via. Gli effetti stagionali. Gli affetti annuali. Riappacifico il disordine dei conti, gli appunti di note sparse e dissonanti, la misura colma dei portacenere e delle attese, l’usato dei bicchieri, i loro aloni rossi sul fondo, certe occhiaie. La finestra è aperta, quasi sgomenta, su questo furore casalingo. Il buio s’innesta all’improvviso sul pomeriggio che sa ancora di sudore e buona volontà. E lascio a metà perfino il fastidio d’essere stata, una volta di più, inconcludente. In fondo, c’è posto, mi dico, ancora per un po’. Metto via la promessa di dimenticare, a breve.


